
Tempo fa conobbi Luca. Avrà avuto sì e no otto anni. Era arrivato in Italia a seguito di uno sbarco che, da assessore al welfare, dovetti organizzare in tutta fretta.
Era l’ennesimo minorenne non accompagnato. Il suo nome, per noi impronunciabile, divenne ben presto Luca, molto simile al suo Lukkar. Non parlava italiano, ma i suoi occhi raccontavano la sua storia, in essi si leggeva una paura immensa. Solo, senza nessuno al mondo, si sentiva smarrito. Lo ricordo bene, perché con sé aveva solo una lettera, scritta dai suoi genitori, una supplica disperata: prendetevi cura di nostro figlio.
I suoi genitori erano stati arrestati più di una volta per motivi politici, perché si opponevano al regime che, in quegli anni, imperversava nella loro nazione. Erano perseguitati, e l’unico modo per salvare l’unico figlio che avevano fu metterlo su una delle prime imbarcazioni disponibili.
Passarono mesi, anni. Luca trascorse il tempo tra affidi, case famiglia, centri di accoglienza. Ma quel ragazzo aveva sempre avuto un’idea chiara. Aveva capito che l’Italia sarebbe stata per sempre la sua casa, che quelle persone che lo avevano accolto con un sorriso e tanto affetto al suo arrivo al porto gli avrebbero potuto dare una seconda possibilità.
Comprese fin da subito che il primo obiettivo doveva essere imparare la lingua. E così si impegnò. Furono mesi difficili a scuola, ma grazie ai programmi previsti per i migranti, la imparò piuttosto in fretta. Si aprì un mondo. Cominciò a capire cosa gli dicevano i napoletani, scoprì quell’affetto tipico che questa città sa dare. Si affezionò a chi, con un semplice sorriso, gli augurava buona giornata, a chi gli regalava un libro, qualcosa di utile, un po’ del loro tempo.
Gli anni passarono, ed un giorno Luca conobbe Toby, un cucciolo di meticcio con gli occhi pieni di paura, arrivato in un rifugio appena il giorno prima. Quando parlai con Luca, mi disse che Toby gli ricordava se stesso al suo arrivo a Napoli: smarrito, in cerca di qualcuno che lo aiutasse e lo facesse sentire al sicuro.
Da bambino sua madre gli aveva spiegato che avere un animale significava prendersene cura, rispettarlo, comprenderne i bisogni e le paure.
Ricordo che quando accompagnai Luca al rifugio, in cerca di un amico a quattro zampe, quando vide Toby, fu amore a prima vista. Anche il cucciolo, inizialmente, fece un passo indietro. Poi, anche se un po’ timoroso, si avvicinò e posò la testa sulle gambe di Luca. Un gesto inaspettato, ma immenso.
Per Luca, Toby non è mai stato né un giocattolo, né un passatempo, ma un amico, un compagno di vita. Oggi Luca ha circa vent’anni, studia ingegneria e, nel pomeriggio, lavora già in un centro specializzato di elettronica, la sua grande passione. Ogni giorno va al lavoro con Toby al suo fianco. Anche se il cane ha ormai una certa età e qualche acciacco, ma resta sempre il suo inseparabile amico.
Quando penso a Luca e Toby, si rafforza in me l’idea che se ogni bambino potesse crescere imparando a conoscere e a rispettare gli animali, il mondo sarebbe un posto migliore. Perché sono fermamente convinta che gli animali, con il loro esempio, ci rendano più “umani”.
Ci accettano per quello che siamo e ci amano incondizionatamente senza volere nulla in cambio, se non il nostro affetto, le nostre carezze, un abbraccio accogliente.